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Flessibilità tradita nelle lavorazioni digitali del legno: intervista a prof. Felice Ragazzo, prima parte

Categoria: Test sui materiali

di: WOODLAB Staff

Vi lasciamo, questa settimana, la prima parte dell´intervista del giornalista Almerico Ribera al Prof. Felice Ragazzo, Presidente del Gruppo Qualità Legno. 

Ma, prima di iniziare, una rapida premessa: 

la saturazione italiana della domanda interna di mobili e arredamento, dopo il periodo della ricostruzione post bellica, che generò il boom economico degli anni ‘60, intravvide una nuova, possibile espansione nell’esportazione. 

I piccoli produttori italiani però non erano in grado di fronteggiarla da soli. La risposta poteva essere il varo di una Fiera specializzata nella Capitale economica italiana e Milano fu il punto di partenza di una scommessa sul futuro e sulla storia del design del nostro Paese: il 24 settembre 1961 nasceva Il Salone del mobile Italiano

La prima edizione fu una rassegna di mobili di stile, cioè un grigio riferimento al passato. Occorreva una sterzata decisa verso il “mobile moderno”. Fu tra il 1962 e il 1965 che le aziende brianzole compresero che il futuro sarebbe passato attraverso l’architettura e la ricerca, quindi aprirono volutamente la porta degli stabilimenti agli architetti e ai designers italiani

Si formò un quadrinomio perfetto: imprenditoria, design, ricerca, tecnologia, cioè il quadrinomio che ha internazionalizzato il settore. 

Nonostante l’esempio del passato, l’architettura di oggi, l’ingegneria e la ricerca, con la lettera maiuscola, faticano ad entrare negli stabilimenti degli industriali che producono edifici di legno: porte chiuse e progettazione interna alle aziende di produzione. 

Il risultato? La tecnologia italiana del settore, senza l’apporto progettuale esterno non si sviluppa, anzi parla tedesco. 

Inoltre l’architettura ignora il valore e le caratteristiche del legno impiegato nell’ampio settore delle costruzioni. Di conseguenza i risultati sono modesti, a volte allarmanti. 

INTERVISTA

>> Almerico Ribera:

già dalla metà degli anni ’8O era all’ordine del giorno la quasi provocatoria locuzione di “artigiano tecnologico” come figura retorica dell’alto grado di flessibilità offerto dai centri di taglio di allora per le lavorazioni delle travi di legno tramite CAD (disegno tecnico assistito da elaboratore) e CAM (produzione assistita da elaboratore). 

Le due cose rapportate ad “artigiano tecnologico”, fanno di questa figura una provocatoria locuzione, poiché rappresentano un messaggio di alto contenuto tecnico ed economico, il quale permette di postulare, oltretutto, la redditività del digitale applicato alla meccanica. È così Professore? 

>> Felice Ragazzo:

è così! Infatti, nel 1985 l’”artigiano tecnologico” iniziava a fare piazza pulita di decenni di taylorismo e di catene di montaggio. Vale a dire che con lui diventava economica persino la costruzione del pezzo unico.

>> Almerico Ribera: cosa significa in termini pratici? 

>> Felice Ragazzo:

per sintetizzare, nasceva un processo rivoluzionario scatenato da grandi e innovativi sistemi. Un processo che aveva tutto il sapore di un grido di libertà. Era palpabile la sensazione che il “nuovo” che si stava formando tra circuiti ed elettro-mandrini riportasse il lavoro ad una dimensione umana: come simboleggiato dalla costruzione meccanica di un’opera prima. 

Era l’espressione di un ottimismo fondato sull’illusione di una vita migliore come frutto di un nuovo Rinascimento tecnologico fondato sul controllo numerico (CNC). Un processo che, sul piano pratico, aveva tutta la carica per mobilitare l’immaginazione tanto del grande progettista, quanto dell’avveduto imprenditore, con la partecipazione attiva e consapevole anche dell’addetto tecnico. 

>> Almerico Ribera:

ad oltre trent’anni da quel momento “felice”, come si sono evolute le cose tra meccanica e digitale, con particolare riferimento al legno

>> Felice Ragazzo:

è fuori di dubbio che poderosi passi in avanti ne siano stati fatti

Solo per citare alcuni esempi, basti pensare all’aumentata velocità di movimentazione, sia dei pezzi in lavorazione, sia dei carrelli; 

all’eccezionale aumento di resistenza all’usura delle frese
alla presenza sempre più pervasiva della robotica, dentro e fuori i CNC; 
alla sempre più facile praticabilità dei software dedicati, sia CAD, sia CAM; 
agli effetti sempre più positivi ed efficaci della parametrizzazione. 

Infine, tenendo conto che siamo alle soglie del nuovo trattamento delle informazioni (definito come computer quantistico) non più su base binaria, altri passi giganteschi ce li dobbiamo aspettare fra non molto.

   
Monitor di macchina a controllo numerico di SCM Rimini

>> Almerico Ribera: 

è vero, ma esclusivamente all’interno dell’industria del mobile. Invece, agli inizi del 1985 Hans Hundegger, ispirato da Jakob Maier, capo di un´azienda di costruzioni di edifici di legno di Türkheim in Germania, sviluppò la prima macchina al mondo per la lavorazione delle travi di legno, completamente automatica. 

Oggi l’azienda ha raggiunto il traguardo dei 3650 centri di taglio venduti nel mondo. Significa una media di 115 macchine ogni anno. 

Non le sembra che in pratica Hundegger abbia monopolizzato il mercato europeo e italiano della costruzione del tetto di legno e delle case a struttura di legno? 

>> Felice Ragazzo: 

più che di monopolio, che in fondo è un fatto confinato nell’economia, preferirei parlare di egemonia “culturale”. Un’egemonia maturata con sagacia giorno per giorno, azienda per azienda, macchina per macchina, sulla base di un linguaggio tecnicamente conciso e, per certi aspetti riferiti al software, assoluto, semplice e condiviso. 

Tuttavia, proprio per questo linguaggio denso di certezze semplificative (anche economiche) e, soprattutto di agevole portata per chi deve produrre tetti e solai, Hundegger ha saputo vendere insieme ai CNC anche chiari ed identificabili modelli costruttivi, dotati di ragguardevole carisma per il fatto di provenire da secoli di prassi applicative nelle costruzioni di legno del Centro Europa.  

>> Almerico Ribera: 

essenziale ed economico… 

>> Felice Ragazzo: 
 
da progettista animato da pensiero divergente (premuroso di guardare tanto di qua, quanto di là), da conoscitore del legno, da esegeta del digitale applicato alla meccanica, se da un lato tutto ciò mi rassicura, dall’altro mi fa sorgere il dubbio che, a fronte di una così spiccata essenzialità, siano frustrati altri modelli costruttivi non meno paludati.  

>> Almerico Ribera: 

non le sembra che le aziende italiane che progettano macchine per la lavorazione del legno, così brillanti nella progettazione di tipologie per la lavorazione dei mobili, abbiano perso il treno di fronte a numeri tanto elevati di fatturato da parte dei tedeschi? 

Pochi ricorderanno che nel 1989 il sottoscritto invitò il Prof. Arch. Franco Laner ad un confronto in ACIMALL (Associazione Costruttori Italiani Macchine Lavorazione Legno) per un dibattito fra Architettura e Tecnologia per lanciare l’”esperienza arredamento” in edilizia e arginare l’espansione di tecnologia tedesca in Italia.   

>> Felice Ragazzo:  

bellissima domanda che presuppone però risposta adeguata! Quando mi occupai di questo problema diversi anni fa, sommariamente i dati indicavano un 55% per il cosiddetto “mobile in stile”, un prodotto per target grossolani, mentre il prodotto very “Made in Italy”, quello progressivo, quello i cui esemplari magari vinsero un Compasso d’Oro e che ora arricchiscono i più importanti Musei per il Design nel Mondo, totalizzava al massimo dal 3 al 5%. 

  
Le tematiche relative alla fabbricazione robotizzata di strutture in legno con tecniche additive, sono state a lungo affrontate presso l´ETH di Zurigo da Gramazio e Kohler Research (Asbjørn, 2016). La loro attività nella robotica nell´architettura, comprende diversi esempi e ricerche in questo settore.

>> Almerico Ribera: 

questi dati cosa ci dicono?

>> Felice Ragazzo: 

dicono che il digitale legato alla meccanica nel settore del legno finalizzato alle suppellettili d’arredo funzionava alla grande per prodotti di forma spesso assai complessa, per il semplice fatto di essere rivolti ad un passato in cui il fulgore del disegno era simbolo di progresso. 

Tutto ciò, in sintesi, si può figurare serrato nel binomio tecnologia innovativa/modello culturale obsoleto.

Anche i prodotti di nuovo design (di forma invece assai meno complessa), quelli proiettati programmaticamente verso il futuro, certamente beneficiavano delle stesse tecnologie, ma l’impatto del digitale aveva in essi un peso di gran lunga inferiore. 

Tenuto peraltro conto del fatto che, soprattutto in questa nicchia produttiva caratterizzata spesso per serie limitate, molte lavorazioni erano appannaggio di artigiani reali in carne ed ossa, dotati di abilissime mani.  

>> Almerico Ribera:  

ma questa ha tutta l’aria di una vistosa contraddizione, non le pare? 

>> Felice Ragazzo: 

come si può toccare con mano, la ricca sperimentazione maturata in un settore economicamente prevalente, ma culturalmente meno qualificato, non si è saputo spenderla nel settore economicamente meno prevalente, ma culturalmente rivolto al futuro e ovviamente di grande immagine per il nostro Paese. 

Se poi si aggiunge un certo agnosticismo verso il digitale produttivo da parte di istituzioni formative (architetti, ingegneri e designers messi insieme) emerge in tutta la sua grandezza quella contraddizione davvero lacerante che lei mi avanza nella domanda e che non poteva non produrre i suoi effetti nefasti anche nel settore delle costruzioni.

>> Almerico Ribera:  

che piega hanno preso allora gli avvenimenti tenuto conto di quanto ci sta dicendo? 

>> Felice Ragazzo: 

indubbiamente, stando così le cose, non poteva che svilupparsi una visione collettiva riduttiva e carente in diverse direzioni. La prima si evidenzia su come sia stato mal gestito nel nostro Paese l’immenso patrimonio del comparto legno che offre uno sviluppo essenziale nel settore dell’edilizia. 

Gli effetti prodotti evidenziano, al netto di luminose eccellenze, una pervasiva e persistente mediocrità, tanto a livello di strategie industriali, quanto a quello di operatività in officina. 

Il livello di visione di corto respiro si manifesta essenzialmente su due piani: 

1. il primo riguarda l’offerta di macchine per la lavorazione del legno in merito a certe caratterizzazioni che le dotazioni tecniche hanno finito per assumere allo scopo di sublimare supposte arretratezze della domanda reale; 

2. il secondo riguarda la domanda, e cioè alla poca propensione ad innalzare l’asticella cognitiva da parte della stragrande maggioranza di coloro che utilizzano il CNC. 

È mancata la propensione alla professionalizzazione di tutti, a partire dalla manodopera, per quanto riguarda l’operatività in officina, fatto salvo il generoso spirito di abnegazione di pochi, qualificati addetti. 

Più ombre che luci riguardano poi i sistemi organizzativi delle aziende di trasformazione del legno dove il tratto dominante è caratterizzato da un supino ed acritico adattamento alle circostanze d’ambiente (dotazioni tecniche – piani di lavoro, ecc…) per lo più in condizioni di penosa inadeguatezza cognitiva, sia per quanto riguarda il CAD, sia per quanto riguarda il CAM, sia per quanto riguarda il materiale-legno. 

Includa, per finire, anche la dolorosa criticità riferita alla progettazione. Tre sistemi che non sanno integrarsi. 


Lavorazione travi mediante tecnologia Uniteam

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Ringraziamo Almerico Ribera e il prof. Felice Ragazzo per le utili considerazioni lasciate in questa prima parte di intervista. Pubblicheremo la seconda parte nei prossimi giorni.

Vi invitiamo, nel frattempo, a iscrivervi alla nostra newsletter compilando il form qui di seguito, per ricevere un PDF gratuito dedicato alla resistenza al fuoco degli edifici in legno, a cura dell´ing. Alex Merotto.
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