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Intervista al Prof. Felice Ragazzo: il legno visto dall´alto.

Categoria: Progetti futuri

di: WOODLAB Staff

Siamo onorati di ospitare sul nostro blog il Prof. Felice Ragazzo, docente di design alla “Sapienza Università di Roma”.

Questo articolo inaugura la collaborazione con Struttura Legno, rivista trimestrale che si occupa di
architettura in legno. Woodlab e Struttura Legno hanno voluto onorare il lavoro eccezionale del Prof. Ragazzo con la seguente intervista. 

Prof. Ragazzo, il suo lavoro si è concentrato negli ultimi anni nello studio delle connessioni in legno. Negli ultimi anni, il mercato si è orientato a sviluppare una serie di ausili meccanici, quali viti e staffe, per ovviare alle indiscusse problematiche delle connessioni legno. I risultati peraltro sono stati poco lusinghieri. 

Quali sono, secondo lei, le problematiche delle attuali connessioni e qual è stato il suo approccio al problema?

Si persevera su due strade che vengono da molto lontano: gli accessori (per lo più metallici) e gli incastri così come li conosciamo. Non rendendoci ben conto che con le tecnologie di cui oggi disponiamo potremmo intraprenderne un’altra del tutto nuova. 

Parlare di risultati poco lusinghieri (i quali per la verità sono sempre esistiti) in rapporto a come si continuano a connettere pezzi di legno, significa andare alla radice dell’utilizzo del materiale-legno nel costruire. Il focus della questione consiste nel fatto che il legno, con la sua struttura fibrosa e quindi la sua anisotropia, come si sa, possiede una gran energia, la quale però è difficile da cogliere. 

Un modo per farlo è quello di produrre asportazioni nei punti di connessione al fine di ottenere vincoli da compenetrazione, ma il prezzo salato da pagare sono le cosiddette “stratagliature” che di fatto portano a degli indebolimenti. Bisogna dire che qui, due più due, fa meno di quattro, per cui la solidità va garantita con l’ingrossamento delle sezioni. 


Un altro modo per cercare di sfruttare da sempre le potenzialità del legno sono gli accessori metallici. Qui, certo, si strataglia di meno, o forse per niente, tuttavia, pur restando una via giuntativa più spiccia e, a volte, di carattere integrativo, insorgono altri problemi: micro-condensa (se si tratta di piastre), poca resistenza al fuoco in caso di incendio. Se poi c’è di mezzo il ferro, subentra anche la ruggine, la quale, piano, piano, corrode il supporto. 

Osservando come funzionano i CNC, specialmente quelli di fascia alta, e ragionando come si determinano le superfici di scavo tramite i sistemi di modellazione 3D, ad un certo punto mi è venuto spontaneo pensare che una volta tracciata una NURBS, questa poteva essere utilizzata come elemento di separazione privo di “singolarità”, ovvero di spigoli o vertici, tra un pezzo concavo ed uno convesso. 

Tutto il resto non poteva che diventare ovvio e scontato. Invece provo molta fatica a farmi capire. 


Se capisco bene, possiamo dire che tutta la tecnica della lavorazione del legno odierna è figlia della geometria degli strumenti usati per lavorarlo, strumenti però risalenti a qualche secolo fa. Nel frattempo la tecnologia è andata avanti, ma per qualche strano motivo la costringiamo a seguire lavorazioni “non sense” e non la sfruttiamo per quello che potrebbe fare. 

Per fare un parallelo potremmo dire che scriviamo in caratteri cuneiformi con delle penne a sfera. È corretto?

Sì, è proprio così! Trovo assai appropriata questa metafora dei caratteri cuneiformi e delle penne a sfera! Visto che è richiamato il passato remoto, vediamo se ci riesco con agili balzi ad inquadrare un discorso. 

Bisogna fare un ragionamento che poggi un po’ sull’astratto e un po’ sul concreto. 

L’astratto, è la geometria di Euclide che, guarda caso, ha come suo ultimo teorema la determinazione degli spigoli dei cinque poliedri regolari: la versione più pura ed assoluta di una spazialità formata da intersezioni di piani, con spigoli e vertici estremamente ordinati. Tutto quello che precede costituisce un immenso know how che ha avuto enorme influenza anche sui sistemi operativi praticati dagli artificies del legno. 

Faccio solo un piccolo esempio: il “graffietto”, lo strumento per tracciare la parallela ad un bordo. Si tratta di un’operazione che fa diretto riferimento al famoso e discusso V postulato! 


Il concreto, è tutto l’armamentario costituito da squadre, compassi, fili a piombo, archipendoli, pantografi, aste di misura, etc. di cui, appunto, si sono sempre serviti, non soltanto gli oscuri artificies, ma eminenti architetti e ingegneri, magari autori di opere immortali. Ed abbiamo solo parlato di attrezzi, cose solo per misurare e controllare, ma se passiamo agli utensili, quelli che incidono e trasformano la materia, allora bisogna prendere in considerazione asce, seghe, pialle, scalpelli, ferri a due manici, incorsatoi… Tutte cose che, in riferimento alle giunzioni, con l’asportazione di un truciolo, muovono nella direzione di regolarizzare una superficie piana. 

Strada facendo si sono inseriti episodi che hanno fortemente contribuito alla radicalizzazione della poliedricità nelle forme del costruito, soprattutto per pietra e legno. A partire grossomodo dagli inizi del XVII secolo, come è noto, ha preso avvio una sorta di scientifizzazione dei metodi stereotomia, e non soltanto in Francia. 

Essendo implicata la geometria proiettiva, le cose sono andate di pari passo con lo sviluppo precedentemente avviato della Prospettiva. Ma anche qui, per mezzo di Piero della Francesca, ecco che rispunta Euclide, però non più con gli “Elementi”, ma bensì con l’“Ottica”.

Ed oggi, pur usando i computer, la dove si deve fare i conti con il razionale del fare, siamo sempre a maneggiare rette ed angoli. Anche i cerchi, in questi ambiti costruttivi, più che per forma (a parte spine, viti e bulloni), servono come strumenti di misura e di controllo. Come si fa ad uscire da una logica così ferrea? Come si fa a disattendere secoli e secoli di prassi consolidate i cui primi rudimenti si cominciano ad apprendere già a partire dai primi anni di scuola, per poi arrivare ai livelli più alti? E poi, incessantemente praticati nel lavoro di tutti i giorni? 


Tutti i trattati per il costruire, fino ai più recenti manuali, non si discostano minimamene da una così potente e vincolante regola. In fin dei conti, va ben considerato che, nella razionalità delle giunzioni, il risultato pratico di questo immenso apparato conoscitivo è di una stringente logica pratica: individuare per mezzo di piani intersecanti, governati da sistemi di triangolazioni, delle polisuperfici corrispondenti tra concavo e convesso, tali da potersi realizzare in fasi separate. 

E si capisce bene che, presupposti gli attrezzi detti prima, ciò risulta più facile maneggiando spigoli retti, angoli e vertici, piuttosto che con le sfuggenti linee e superfici sinuose. Tuttavia, siccome intanto la tecnologia permette di rivoluzionare grandemente i sistemi di controllo spaziale, con grande rispetto per gli estensori dei celebri trattati, con adeguata considerazione per gli attuali manualisti, è giunta l’ora di avere il coraggio di dire che tutto ciò, rispetto ai CNC, è scritto in cuneiforme. 

Sembrerebbe che tutte le colpe si possano far risalire ad Euclide, ma non è per niente vero. Anzi, il paradosso è che non c’è nulla che abbia trattato Euclide che non sia insito nei software CAD/CAM. Siamo noi che tutta una parte di questa straordinaria materia, unitamente ad altre conoscenze che fanno riferimento ad altri autori, non la sappiamo utilizzare. 


È una visione surreale che incuriosisce perché lei stesso cita spesso artisti che son stati attivi, guarda caso, proprio nel periodo in cui sono sorti i CNC, come Buñuel. Di fatto però qualcosa suggerisce che “surreale” sia il modo in cui facciamo le cose ora. 

Lei come vede questo aspetto del fare odierno?  

Il surreale per me sta nel fatto che, essendo nota la nozione che laddove sussistono spigoli è insito il pericolo di concentrazioni di sforzo, così come può succedere, per esempio, in un incastro a “Dardo di Giove”, e potendo ovviare a ciò mediante l’uso di frese appropriate su adeguati CNC tale che ogni spigolo muti in un guscio o in un tondino, nessuno venga sfiorato da una così semplice conseguenza. Il paradosso è che, dopo aver fatto questa disarmante considerazione, mi sono prodotto in alcune elaborazioni, diciamo, a carattere ipotetico e sperimentale. 

L’attitudine alla modellazione 3D mi ha favorito. 


Per alcuni anni ho tenuto tutto nascosto nel timore di essere plagiato. Ben presto però sono stato assalito dalla paura di essere sorpassato. Ed allora, pur con circospezione, ho cominciato a far filtrare qualcosa, sia in occasioni di convegni, sia con pubblicazioni. Se qualcuno mi ha copiato, lo ha fatto con il mio consenso, e quel poco che ho visto in giro è ben minima cosa. In ogni caso, ora i pozzi, come si dice, sono avvelenati, o meglio, il territorio è marchiato. Quindi, per chi vuole prendere atto, qualcosa si trova. 

Ora, se non fosse reale la questione della concentrazione di sforzo, tutto si ridurrebbe ad un futile pallino. Ma dietro a detta questione ci sono rilevanti aspetti capaci di incidere fortemente sulla fisionomia di un organismo strutturale. Si possono sviluppare migliorie. Si possono guadagnare vantaggi. Si possono effettuare risparmi di materiale. Si possono fare cose nuove e magari più belle. 

Questo ben pensare fa il parallelo con la spensieratezza e il buonumore iniziale dei personaggi convenuti nella festa del film di Buñuel, l’Angelo sterminatore! Atteggiamento che piano piano si trasforma in angoscia e disperazione a causa della misteriosa forza che impediva a ciascuno di uscire dal locale. Come quei personaggi immaginari, noi siamo impediti, a causa di una forza misteriosa, di gettare alle ortiche il linguaggio cuneiforme e usare la penna a sfera per uno splendente nuovo idioma. 


Un approccio decisamente nuovo, con il potenziale di rivoluzionare la tecnica di tutto il settore. Qualcuno potrebbe dire che sta cercando di inventare una nuova lingua, partendo dal codificare le singole lettere. Un lavoro enorme per una persona sola. 

Quali sono le difficoltà che incontra nella applicazione pratica dei suoi studi? 

Ecco, il problema è proprio la nuova lingua che va scritta, a cui io sto attendendo con mezzi modestissimi: la mia persona e il mio tempo. Seppure usufruisca di un contratto di Alta qualifica presso la Sapienza Università di Roma, nessuno spazio di ricerca mi è dato per portare avanti questo affascinante tema, che non ha soltanto implicazioni meramente costruttive. 

Qualche spiraglio mi è ovviamente concesso con i corsi e con le tesi. Infatti, a tutti gli studenti che mi scelgono insegno loro questa materia. E con soddisfazione riscontro come, per loro, la normalità di un incastro a cava e tenone sia diventata quella di avere ogni spigolo raccordato. Il vantaggio sta anche nel fatto che così ci si abitua a ragionare in 3D, invece che nel più limitativo e astratto 2D. 


Qualcosa di concreto ho potuto realizzarlo, sempre sperimentalmente, presso una azienda di Roma che si chiama Legnomeccanica. Il titolare, il valentissimo ingegnere meccanico Claudio Buoncompagni, l’ho visto fremere di emozione quando posò gli occhi su di una difficile giunzione appena fatta che mi consentì di rendere plausibile un’offerta della Holzbau Sud in un lavoro presso l’aeroporto di Baku. 

Nel prossimo futuro ho in programma di prototipare tesi sperimentali, oggetti innovativi, costruzioni esemplari, presso un’azienda, sempre di Roma, che sta facendo con successo arredi di negozi, la DF Francia – luxury interior design, interessata in una certa prospettiva anche alle case. 

E poi, con due giovani architetti sono agli sgoccioli con la richiesta di un brevetto per un innovativo sistema di prefabbricazione. Infine, con altri due colleghi ho partecipato ad un concorso per una sedia, il cui risultato sarà reso noto ad Aprile. Tuttavia, così come ne Il mulino del Po Lazzaro Scacerni dice che nessuno è mai così povero tale da non avere nemmeno un coltello, io ho il mio computer, attrezzato di Rhinoceros e di Alphacam e tanta geometria in testa. 

In attesa di fatti concreti, continuo a modellare con sempre maggior metodo i vari aspetti che implicano una radicale rimozione dei paradigmi tecnici consolidati. Mi sto accorgendo che non si tratta soltanto di rifare i vecchi incastri arrotondandone gli spigoli, ma anche di affrontare territori inesplorati. Faccio un esempio: nella manualistica storica compare una giunzione in linea che contempla ben ventuno superfici di contatto, un magistero da brivido tutto a scalpello, rendendomi conto che i vertici potevano approssimare un paraboloide iperbolico, le superfici di contatto le ho potute ridurre ad una. E per il CNC, trattandosi di una superficie rigata, è come spianare una tavoletta. Ho visto che anche altre giunzioni con un minor numero di facce di contatto si possono ridurre alla stessa figura. Con ciò, sistematizzando il discorso, si può ben coltivare l’idea di una sostanziale razionalizzazione tipologica nel modo di giuntare. 


Da quanto ci racconta, si percepiscono due grandi conseguenze all’introduzione di questo approccio. Dal punto di vista tecnico, pensando all’applicazione in campo strutturale, siamo al punto zero. La traduzione delle vecchie connessioni con il nuovo linguaggio è appena iniziata, le applicazioni tecniche ed estetiche che si potrebbero sviluppare porteranno ad un nuovo concetto di architettura. Inoltre dal punto di vista filosofico potremmo dire che questi studi permettono un avvicinamento tra tecnica e natura, un passo in avanti verso una tecnica di tipo “organico”. 

Che vantaggi potrebbe portarci questo nuovo punto di vista?

Esattamente, siamo al punto zero. Per toccare il primo aspetto viene bene richiamare due noti architetti giapponesi: Kengo Kuma e Shigheru Ban. 

Kuma, per aver elevato a linguaggio espressivo, quasi a livello di macro-texture, un’estensiva e fitta iterazione di giunzioni a metà legno, anche in situazioni di non ortogonalità. Qui si può dire che siamo al cospetto di un’apoteosi di poliedricità, la ricchezza giuntativa della scuola giapponese appare drasticamente semplificata, ma la forma architettonica ci guadagna sul piano complessivo. 

Ban, per aver riproposto in modo artificiale la naturale e primigenia cilindricità (seppure a sezione per lo più ellittica) delle membrature lignee. Attenzione, però, si tratta di una rotondità volta ad investire soltanto la forma esteriore dei pezzi, mentre le giunzioni continuano ad essere a spigoli vivi. 

Ecco perché sulla base di due casi così emblematici è giusto dire, facendo riferimento a più sopra, che siamo al punto zero. Un passo avanti si potrebbe avere soltanto nel momento in cui sono investite le giunzioni, in quanto, se si riesce a guadagnare efficienza in queste, indebolendo di meno il legno, possono essere concepite strutture magari con meno pezzi, più aeree, o concepite con forme più ardite. 

Questo ragionamento ha un passo successivo obbligato: una giunzione “a-poliedrica”, in virtù della sua forma può risultare, oltre che più efficiente, anche più bella. Il suo godimento è però negato dal fatto che le parti a contatto sono necessariamente nascoste. Ma allora perché farlo, viene giustamente da pensare. Perché è nelle cose che ad ogni vantaggio segua un sacrificio. 

Infatti, il godimento di una nuova e più bella architettura lignea, qui presuppone un comportamento sacrificale della giunzione, in perfetta logica con la mitologia di Prometeo. La giunzione diventa allora un bello che si deve conoscere poiché avvantaggia in ogni senso tutto il sistema, ma che è precluso alla vista diretta ed esteriore. 

Il secondo punto della domanda è tremendo, perché porta veramente lontano. 


Vediamo se riesco a cavarmela con qualche rapida battuta. La parola-chiave in questo caso è “biomimesi”. Quando vado a camminare, noto sempre nel parco dei rami bassi di platano che si stendono in orizzontale per numerosi metri. Sarebbe impensabile ottenere lo stesso risultato infiggendo orizzontalmente una pertica in un palo. D’accordo, in un albero vivo circola acqua, la quale fa ben il suo lavoro. Ma è anche da notare che, nell’attaccatura, il ramo è più grosso. 

A prescindere ora dalla struttura fibrosa interna, nella quale si mescolano i tessuti di fusto e ramo, si capisce bene che la natura applica in modo capillare la statica, ovvero, mette materia dove serve e la risparmia dove non serve. Ecco, è questo il vero insegnamento che dobbiamo trarre dal linguaggio naturale, insegnamento che, grazie all’evoluzione tecnologica in atto, in parte e con ovvi limiti, possiamo proficuamente interpretare. Da questo punto di vista, la parola-chiave diventa “aritmopoiesi” (numero e poësis), ovvero fare bene coi numeri, intendendo con ciò l’applicazione intelligente delle cosiddette tecniche di controllo numerico.  


Quella che ci prospetta è una visione del futuro che ci conforta. Di fatto viviamo in un mondo “a spigoli” in cui adattiamo, facendo del nostro meglio, corpi curvilinei o policentrici. Un’immagine che ci ricorda un po’ il fachiro che dorme su un letto di chiodi. 

Cosa manca, a suo avviso, perché questa visione si cali nella realtà iniziando la trasformazione che molti aspettano?

Visto che, almeno in astratto, il discorso fila liscio, manca un po’ di esperienza pratica, un po’ di casi concreti intorno ai quali sviluppare dei ragionamenti fondati. In effetti, tra le tante cose in cui mi sono prodigato, ne manca una essenziale: la verifica con prove di rottura, ma anche con simulazioni di calcolo. 

Nel primo caso, proprio negli ultimi tempi avrei trovato un importante soggetto specializzato disposto a fare qualche prova sperimentale di rottura, ma il problema è che al momento nessuno mi fa i pezzi da rompere; nel secondo caso, i principi essenziali su di un piano intuitivo sono bene o male riuscito ad acquisirli, ma certo un calcolo non lo saprei fare. 

Il vero vuoto però sta su di un piano più generale e spero che quanto prima venga colmato: l’impegno da parte di un illuminato progettista, sostenuto da un avveduto e coraggioso produttore, per fare la casa più bella o il ponte più ardito mai visti prima, grazie al fatto di contemplare sistemi giuntativi innovativi. 

Io sono un designer e in quanto tale non sono abilitato a progettare case o ponti, ma certo nel settore delle suppellettili cercherò di dare il massimo. Intanto dissemino il messaggio tra i miei studenti e qualcuno di loro forse un giorno al povero fachiro darà un comodo materasso … 

Selezione dal sito: www.feliceragazzo.it

Avvertenza: si tratta una selezione ristretta di documenti elaborati in occasioni di lezioni, convegni, incontri, mostre. In assenza del commento vocale a caldo, a volte i significati possono apparire parziali. 

  1. Intervista a Radio Sapienza sul tema delle giunzioni “a-poliedriche”
  2. Legno Edilizia 2015. Pali, saette e bricole.
  3. Sapienza Università di Roma 2015. Legni giuntati, BIM, architettura.
  4. Udine 3D 2014. Mortasa e tenone a rasamento cilindrico.
  5. Niccola Zabaglia. Corso di Carpenteria lignea.
  6. Università di Roma – Tor Vergata 2013. Restauro del portone di Palazzo Caetani a Cisterna di Latina. Cultura del legno???...
  7. Fiera di Pordenone 2013. La Rivista del Colore. Spigoli e giunzioni.
  8. Legno Edilizia 2013. La Rivista del Colore. Efficienza e durabilità.
  9. Sapienza Università di Roma. Legno, aritmopoiesi, design.
  10. Facoltà di Architettura Roma 3. Se una trave è ammalorata
  11. Legno Edilizia 2011. Bellezza del legno, perfezione del CNC.
  12. MADExpo, Milano 2009. Dardo di Giove, o di Giunone
  13. Facoltà di Architettura di Reggio Calabria, 2009. Cantiere minimo.
  14. Tecnodomus 2009. Architettura e sostenibilità.

Intervista al Prof. Felice Ragazzo: il legno visto dall´alto. from WoodLab - Ingegneria per il legno

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